Archive for the 'Montefalcone e dintorni' Category

Appunti di paesologia – parte 2

Dove si pubblica la seconda parte dell’estratto dal libro di Franco Arminio, “Vento forte tra Lacedonia e Candela – esercizi di paesologia”. La prima parte è qui.

Almeno un quarto dei paesi italiani è gravemente malato. Soffre di desolazione.

Non è una malattia antica, è una malattia nuovissima. Per secoli questi paesi sono stati molto poveri. La gente faceva fatiche terribili senza alcuna garanzia. Era una vita disgraziata, ma si svolgeva in un luogo che aveva una sua vita. Insomma, ogni persona stava nel suo paese come un pesce dentro al lago. Adesso le persone pare che stiano in un secchio rotto. Si vive con poca acqua e con la sensazione che nessuno sa come mantenere la poca acqua che resta.

Il problema riguarda tutta la penisola. Può essere l’Irpinia, la Calabria, l’interno del Salento, il Molise, la Sardegna, il Friuli o il Piemonte alpino, la sensazione non cambia di molto: si va dal padiglione di geratria al manicomio all’aria aperta. Chi ci passa d’estate o la domenica per qualche ora è chiaro che ha un’altra idea, ha l’idea del paese come villaggio turistico. Il fregio del silenzio, del buon cibo e dell’aria buona, nasconde lo sfregio di un inerzia acida, di un tempo vissuto senza letizia.

Uno arriva e ferma la macchina in piazza. Guarda qualcuno vicino al bar o sulle panchine. Guarda una vecchia che va a fare la spesa, un cane disteso al sole, guarda le porte chiuse, guarda la propria macchina e capisce che lo strumento  per la fuga è a portata di mano, che non è proprio il caso di fermarsi a passare la notte in un posto del genere. Ci si rimette in moto e per quanto ci si possa essere allontanati dalle vie comode, dagli ipermercati e dai capannoni, basta digerire una mezz’oretta di curve e si torna nel mondo gremito, nel mondo che si muove.

Nel paese restano i malati. Ma non pensate solo al pensionato ottantenne, alla vedova, al giovane disoccupato, pensate anche al geometra comunale, al prete, al farmacista, al sindaco. Non si salva nessuno, tutti malati. Può essere depressione, può essere inquietudine, può essere la smania velleitaria di chi sente di partire dal nulla e di non poter arrivare da nessuna parte, può essere chissà cosa, il risultato è sempre un individuo prostrato dalla desolazione del luogo in cui abita.

È una malattia che si trasmette per contatto con l’aria, e l’aria che c’è in un paese non è solo la cosa che si respira, è la faccia delle persone, sono i manifesti a lutto, sono le case, le macchine parcheggiate. Il problema è che non c’è un nome per questa malattia e le cose fino a quando non hanno un nome è come se non esistessero.

La paesologia è proprio la disciplina che cerca di dare un nome a questa malattia. Ogni volta che vado in un paese mi accorgo che la paesologia è una disciplina con molto avvenire, proprio perché i paesi di avvenire ne hanno poco. Col progredire della malattia sarà sempre più chiaro quanto sia doloroso vivere in un paese di cinquecento abitanti. Doloroso intendo per le persone come sono adesso. Simone (il protagonista del film di Bunuel) che predicava nel deserto o san Francesco magari starebbero benissimo. Perché cinquecento umani che vivono in uno stesso spazio se la passano cosi male? Azzardo una risposta semplice: perché non riescono a inventarsi niente. Si salutano, fanno la spesa, fanno la partita a carta, guardano la televisione, vanno a votare, si ammalano, muoiono. Ecco, nessuna di queste attività sembra capace di cambiare il passo del luogo.

In una città la faccenda è diversa perché c’è la giostra del consumare e produrre. il problema nelle città si pone quando i negozi sono chiusi e non è un caso che in quel tempo molti preferiscono andare fuori. Voglio dire che è malata anche l’umanità che risiede nella città, ma curiosamente lì il numero invece di accentuare la malattia la attenua. Un milione di persone possono darci un’idea falsa della loro vita. Per cinquecento persone l’impresa è più difficile. Un paese è un luogo in cui non si può barare. La vita è scaduta ovunque, ma nel paese la data di scadenza è ben visibile, come se per comporla bastasse mettere in fila dieci facce. Nella città c’è un brodo di segnali, c’è un caos che mantiene in vita anche ciò che è scaduto. Insomma,il tempo dei paesi è un tempo ultimo, quello delle città è un tempo penultimo. Forse per questo chi ha qualche venatura necrofila trova una certa soddisfazione nella vita paesana. E i primi a trovarla sono i proprio i paesani. Il paese è sopportato meglio da chi ha cura di non lasciarlo mai. Un veleno respirato con costanza, il veleno della desolazione, alla fine è meno pericoloso di un veleno respirato a fasi alterne. Per questo i paesani che pensano di cavarsela introducendo nella loro vita le uscite tipiche dei metropolitani fanno un errore piuttosto grave: basta tornare dopo due giorni di assenza, basta dormire una notte fuori ed ecco che il luogo natio ti appare assai più mesto di come lo percepisci normalmente. La prigione che è il paese fa sentire il suo peso proprio nel momento in cui si torna dall’evasione.

In realtà il mondo in cui viviamo è perfettamente simile a quella cosa un po’ opprimente che è un posto di cinquecento abitanti. La società globale è la società della ruralità di massa. Niente piazza, niente vita comunitaria, ognuno è un pastore che pascola le sue pecore morte. Veramente non c’è scampo. Poi uno può decidere di non pensarci, può capitare che ci si diverta passeggiando in riva al mare o facendo l’amore in una stanza d’albergo, può essere che si stia bene su una panchina del proprio paese, tutto può essere, ma siamo nel campo delle deroghe, delle eccezioni. La regola, la legge che si profila sembra seguire la curva delirante della mia disciplina: paesologia, tanatologia, teratologia. Detto altrimenti: il mondo è un paese, il paese è morto, dunque il mondo è un inferno abitato dai mostri.

Appunti di paesologia, parte 1

Dove si riporta un primo stralcio interessante dal libro Vento forte tra Lacedonia e Candela – esercizi di paesologia di Franco Arminio (ed. ControMano Laterza), nella speranza che i discorsi sulle piccole realtà paesane possano così venir dotati di una solida base di pensiero. La pazienza di copiare e incollare manualmente su un primo foglio Word, da cui chi scrive adesso copia e incolla automaticamente in pieno comfort digitale, è stata del compaesano Massimo Colella.

Va di moda assegnare le bandiere ai luoghi. C’è chi assegna la bandiera blu alle migliori località di mare e chi quella arancione ai paesi più belli. La scuola di paesologia potrebbe assegnare la bandiera bianca ai paesi più sperduti e affranti, i paesi della resa, quelli sulla soglia dell’estinzione. Ce ne sono tanti e sono i meno visitati. Non hanno il museo della civiltà contadina, non hanno il negozio che vende i prodotti tipici, non hanno la brochure che illustra le bellezze del posto, non hanno il medico tutti i giorni e la farmacia è aperta solo per qualche ora. Sono i paesi in cui si sente l’assenza di chi se n’è andato e quella di chi non è mai venuto. Non hanno neppure stranezze particolari: gli abitanti non sono tutti parenti tra di loro, non fanno processioni coi serpenti, non fanno la festa degli ammogliati, non hanno dato i natali a una famosa cantante o a un politico o a un calciatore. Non hanno neppure particolari arretratezze, hanno l’acqua calda in tutte le case, hanno le macchine e il televisore, tutti hanno di che mangiare e un tetto dove dormire.

In questi paesi della bandiera bianca ci sono i lampioni, ci sono i marciapiedi, c’è sicuramente almeno un bar e un piccolo negozio di alimentari, c’è un sindaco e una piazza, c’è qualche bambino, ci sono case nuove e case un po’ vecchie.

I paesi della bandiera bianca sono quelli che vengono visitati solo quando succede qualche disgrazia: il terremoto da questo punto di vista è la disgrazia ideale. Per il resto dell’anno, questi paesi che non hanno il mare e non hanno la montagna, che non hanno le fabbriche e le discoteche, che non hanno santi né delinquenti, stanno al loro posto, concavi o convessi, allungati, acciambellati, frammentati, appesi al paesaggio.

La bandiera bianca sta a significare che sono luoghi arresi senza additivi, senza mistificazioni, neppure quelle del silenzio e della pace. Nei paesi da bandiera bianca non è che si trova il pane più buono che altrove o l’artigiano che sa fare il cesto come si faceva una volta o il calzolaio che ti fa le scarpe. Si trova il mondo come è adesso, sfinito e senza senso, con l’unica differenza che questa condizione si mostra senza essere mascherata da altro.

La bandiera bianca non è la bandiera della desolazione contrapposta a quella del divertimento. Non è quella della bruttezza contrapposta a quella della bellezza. Non è quella dell’abbandono contrapposta a quella “dell’indaffaramento”. La bandiera bianca ci dice attraverso un luogo qualunque che l’ebbrezza di stare al mondo è svanita e che lavoriamo ogni giorno per portare in noi l’arca di Noè e ci ritroviamo con un pugno di mosche.

Cittadine e Cittadini #2

Eccoci qui.

Questo è il flyer.

La grafica di wordpress non aiuta, ma garantisco che varrà la pena visionarlo su cartaceo. E d’altronde lo vedrete, eccome: lo vedrete dappertutto.

Per chi legge da Montefalcone (orde sterminate di lettori, presumo), vi invito a contattare Michele Teonesto detto Flaesh che da stasera - massimo domani sarà in possesso della prima tiratura di stampa.

Diffondete, gente.

Un caro saluto.

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Cittadine e Cittadini

Ciao a tutti/e.

Questo post è un po’ lungo, ma se arriverete alla fine poi vi sentirete più ricchi.

Con questo appello inizia di fatto la fase operativa finale della manifestazione ALTER’n’ECO, che si terrà al Lago Grande del nostro piccolo paese i giorni 31 luglio e 1° agosto prossimi. Continue reading ‘Cittadine e Cittadini’

Centrale a biomasse nella Valle del Trigno

Mi è capitato di apprendere, dalla stampa locale e da blog di paesi vicini al nostro, che è in progetto la realizzazione di una centrale a biomasse nella Valle del Trigno, e in particolare sul territorio del comune di Mafalda. A quanto pare, la realizzazione di una centrale a biomasse rientrerebbe in un più ampio progetto del comune di Mafalda che comprenderebbe, oltre alla realizzazione dell’impianto, una serie di altre iniziative che, nell’intento dell’Amministrazione comunale di Mafalda, dovrebbero rivitalizzare e valorizzare il paese e il territorio circostante.
Si può leggere la reazione dei giovani mafaldesi all’iniziativa visitando il loro blog.

Aria fresca…..e radioattiva

Ricordo che tempo fa si era parlato a Montefalcone di pale eoliche, dei loro vantaggi e dell’impatto ambientale che avrebbero avuto sulla nostra montagna. Per qualche ragione non se n’è più parlato (o almeno io non ne ho più sentito parlare) e suppongo che a questo punto la cosa sia stata archiviata.

Ho provato a fare un giro sul web per cercare se eventualmente ci fossero novità, ma non ho trovato praticamente niente. Il giro sul web è stato uguelmente molto istruttivo: ho infatti appreso che Continue reading ‘Aria fresca…..e radioattiva’

Templi Italici di Schiavi d’Abruzzo – Culto di Ercole

Nella parte superiore della vallata del torrente Sente si stagliano nel cielo e sul verde circostante , le sagome dei resti dei templi italici, incantevole luogo di culto, bellissimo da rimirare nell’insieme, a distanza, dopo aver percorso una strada impervia ma con scorci spettacolari. Continue reading ‘Templi Italici di Schiavi d’Abruzzo – Culto di Ercole’