agosto 30th, 2010 by Giampiero Cordisco
Bene.
Siamo in dirittura d’arrivo per la versione 2010 della rassegna alter’N'eco, momento partecipativo di discussione fra amministratori e cittadinanza riguardo ai temi dell’ambiente, dello sviluppo sostenibile, della tutela del territorio. Di seguito il manifesto (il progetto grafico è di m/M). Non sarebbe male pubblicare sempre su questo spazio i materiali post-eventum; vediamo un po’.

agosto 10th, 2010 by Giampiero Cordisco
Bene: se avessi avuto abbastanza tempo, volontà e intelligenza, avrei scritto questa cosa, e questa cosa avrei più o meno letto in occasione della presentazione di ANAGRAFICA, di Enrico Speranza (a cura di Paolo Dell’Elce) tenutasi sabato 7 agosto 2010 a Montefalcone nel Sannio.

“L’Associazione Culturale ArianuovA di questo paese, che qui io sono stato scelto a rappresentare, è lieta e orgogliosa di aver ricevuto questo progetto, e che alla realizzazione finale di questo progetto sia stata chiamata a dare il proprio contributo; è lieta e orgogliosa che questo progetto si sia avvalso di una curatela straordinaria come quella di Paolo Dell’Elce [indicare l’interessato con un gesto informale della mano], che ha operato una cernita non facile nella mole di fotografie messe a disposizione da Enrico Speranza [indicare l’interessato con un gesto informale della mano] e ha dotato l’intero progetto di una estetica e di una concettualità di ottima riuscita; è lieta e orgogliosa che il suddetto curatore abbia apposto un sigillo di unicità all’opera, e cioè al catalogo di ANAGRAFICA, ponendo in esergo una citazione da Pasolini, e questa citazione è tanto più bella e umana quanto più va oltre [enfatizzare la parola “oltre”] la condizione umana, e la citazione è questa… [leggere la citazione]; l’Associazione Culturale ArianuovA è lieta e orgogliosa del fatto che il catalogo di ANAGRAFICA sia stato arricchito dai versi di [leggere i nomi dal frontespizio del libro], che con le loro parole hanno contribuito ad aumentarne la resa; è lieta e orgogliosa di aver lavorato per l’allestimento della relativa mostra – che sarà inaugurata subito dopo questo incontro presso i locali del Palazzo Municipale e sarà aperta fino al 21 agosto [indicare il manifesto della mostra sul cavalletto con un gesto informale della mano] – fianco a fianco con quanti stanno effettuando il periodo di borsa-lavoro presso il Comune, che hanno dato un apporto considerevole per il lavoro di braccia (e dunque per conto dell’Associazione intendo ringraziare i due Gabriele Lattanzio, Simone e Andrea Speranza, Antonio e Roberto Lattanzio, oltre ad Antonio Roberti, Davide Cistriani & compagnia, Enrico Desiato, Annamaria [cognome?]); l’Associazione Culturale ArianuovA è lieta e orgogliosa che alla realizzazione di questo progetto abbiano lavorato in sinergia, insieme a noi, il Comune di Montefalcone nel Sannio, la Provincia di Campobasso, gli Enti e le Aziende private che hanno partecipato economicamente all’impresa, i cui rappresentanti qui convenuti in qualità di relatori voglio pubblicamente ringraziare [indicare tutti con un movimento eloquente della mano].
[Breve pausa di stacco dalla premessa ripetitiva. Cercare di guardare un punto indefinito in mezzo alla platea. Evitare di soffermarsi sui volti conosciuti. Ignorare il suono delle campane che segna le sei e un quarto. Allontanare il microfono. Deglutire. Respirare. Non guardare a ore 2.]
Gli antichi romani, che pure conquistarono – non senza difficoltà – queste montagne, avevano un motto per indicare ciò che serviva alla comunità. Questo motto, lo saprete bene, era panem et circenses. Una comunità di persone ha bisogno di nutrimento per il corpo – il panem – e di nutrimento per lo spirito – i circenses. Questo incontro, tuttavia, e la mostra allestita per l’occasione, e il libro-catalogo che ne rappresenta la sintesi concettuale, pur inserendosi fra le attività ricreative dell’Estate Montefalconese, non lo intenderei soltanto [enfatizzare la parola “soltanto”] come un momento di circenses. Tenderei a vederlo, invece, come un momento centrale [enfatizzare a manetta] del panem. D’altronde nei Vangeli è scritto – e Don Nicola mi permetterà la citazione [dargli una leggera pacca sulla spalla – ignorare una sua eventuale risposta mimico-facciale] – che “non di solo pane vive l’uomo” [enfatizzare]. L’uomo non vive di solo cibo, non vive di solo nutrimento fisico, ma vive anche di “ogni parola che esce dalla bocca del Padre” (enfatizzare a manetta; altra pacca a Don Nicola, nel caso). Bene: mi piace vedere questo “ogni parola che esce dalla bocca del Padre” come l’espressione dell’Io più autentico, e in ultima analisi come la messa a disposizione delle capacità del proprio Io, come il venire a galla dei propri moti interiori [non importa se sembra tagliato con l’accetta]. Il Padre, il Divino, si esprime attraverso di noi per mezzo delle nostre capacità. In questo caso, per il progetto di ANAGRAFICA, l’espressione più autentica di un fotografo della nostra comunità è venuta alla luce. E allora io unisco le due espressioni – quella dei romani e quella dei Vangeli – e costruisco una metafora, e vi dico, signore e signori – ringraziandovi sinceramente per la vostra partecipazione così imponente (che farebbe la soddisfazione di qualsiasi associazione cosiddetta culturale) e cedendo il microfono a chi parlerà dopo di me – vi dico, amici compaesani, che stasera questo è il pane [enfatizzare a manetta, mostrare alla platea il libro, sollevarlo ragionevolmente, non guardare a ore 2] e ArianuovA è lieta e orgogliosa di servirvelo.
Grazie a voi tutti [sperare in un applauso, altrimenti ciccia].”
maggio 26th, 2010 by Giampiero Cordisco
Dove si pubblica la seconda parte dell’estratto dal libro di Franco Arminio, “Vento forte tra Lacedonia e Candela – esercizi di paesologia”. La prima parte è qui.
Almeno un quarto dei paesi italiani è gravemente malato. Soffre di desolazione.
Non è una malattia antica, è una malattia nuovissima. Per secoli questi paesi sono stati molto poveri. La gente faceva fatiche terribili senza alcuna garanzia. Era una vita disgraziata, ma si svolgeva in un luogo che aveva una sua vita. Insomma, ogni persona stava nel suo paese come un pesce dentro al lago. Adesso le persone pare che stiano in un secchio rotto. Si vive con poca acqua e con la sensazione che nessuno sa come mantenere la poca acqua che resta.
Il problema riguarda tutta la penisola. Può essere l’Irpinia, la Calabria, l’interno del Salento, il Molise, la Sardegna, il Friuli o il Piemonte alpino, la sensazione non cambia di molto: si va dal padiglione di geratria al manicomio all’aria aperta. Chi ci passa d’estate o la domenica per qualche ora è chiaro che ha un’altra idea, ha l’idea del paese come villaggio turistico. Il fregio del silenzio, del buon cibo e dell’aria buona, nasconde lo sfregio di un inerzia acida, di un tempo vissuto senza letizia.
Uno arriva e ferma la macchina in piazza. Guarda qualcuno vicino al bar o sulle panchine. Guarda una vecchia che va a fare la spesa, un cane disteso al sole, guarda le porte chiuse, guarda la propria macchina e capisce che lo strumento per la fuga è a portata di mano, che non è proprio il caso di fermarsi a passare la notte in un posto del genere. Ci si rimette in moto e per quanto ci si possa essere allontanati dalle vie comode, dagli ipermercati e dai capannoni, basta digerire una mezz’oretta di curve e si torna nel mondo gremito, nel mondo che si muove.
Nel paese restano i malati. Ma non pensate solo al pensionato ottantenne, alla vedova, al giovane disoccupato, pensate anche al geometra comunale, al prete, al farmacista, al sindaco. Non si salva nessuno, tutti malati. Può essere depressione, può essere inquietudine, può essere la smania velleitaria di chi sente di partire dal nulla e di non poter arrivare da nessuna parte, può essere chissà cosa, il risultato è sempre un individuo prostrato dalla desolazione del luogo in cui abita.
È una malattia che si trasmette per contatto con l’aria, e l’aria che c’è in un paese non è solo la cosa che si respira, è la faccia delle persone, sono i manifesti a lutto, sono le case, le macchine parcheggiate. Il problema è che non c’è un nome per questa malattia e le cose fino a quando non hanno un nome è come se non esistessero.
La paesologia è proprio la disciplina che cerca di dare un nome a questa malattia. Ogni volta che vado in un paese mi accorgo che la paesologia è una disciplina con molto avvenire, proprio perché i paesi di avvenire ne hanno poco. Col progredire della malattia sarà sempre più chiaro quanto sia doloroso vivere in un paese di cinquecento abitanti. Doloroso intendo per le persone come sono adesso. Simone (il protagonista del film di Bunuel) che predicava nel deserto o san Francesco magari starebbero benissimo. Perché cinquecento umani che vivono in uno stesso spazio se la passano cosi male? Azzardo una risposta semplice: perché non riescono a inventarsi niente. Si salutano, fanno la spesa, fanno la partita a carta, guardano la televisione, vanno a votare, si ammalano, muoiono. Ecco, nessuna di queste attività sembra capace di cambiare il passo del luogo.
In una città la faccenda è diversa perché c’è la giostra del consumare e produrre. il problema nelle città si pone quando i negozi sono chiusi e non è un caso che in quel tempo molti preferiscono andare fuori. Voglio dire che è malata anche l’umanità che risiede nella città, ma curiosamente lì il numero invece di accentuare la malattia la attenua. Un milione di persone possono darci un’idea falsa della loro vita. Per cinquecento persone l’impresa è più difficile. Un paese è un luogo in cui non si può barare. La vita è scaduta ovunque, ma nel paese la data di scadenza è ben visibile, come se per comporla bastasse mettere in fila dieci facce. Nella città c’è un brodo di segnali, c’è un caos che mantiene in vita anche ciò che è scaduto. Insomma,il tempo dei paesi è un tempo ultimo, quello delle città è un tempo penultimo. Forse per questo chi ha qualche venatura necrofila trova una certa soddisfazione nella vita paesana. E i primi a trovarla sono i proprio i paesani. Il paese è sopportato meglio da chi ha cura di non lasciarlo mai. Un veleno respirato con costanza, il veleno della desolazione, alla fine è meno pericoloso di un veleno respirato a fasi alterne. Per questo i paesani che pensano di cavarsela introducendo nella loro vita le uscite tipiche dei metropolitani fanno un errore piuttosto grave: basta tornare dopo due giorni di assenza, basta dormire una notte fuori ed ecco che il luogo natio ti appare assai più mesto di come lo percepisci normalmente. La prigione che è il paese fa sentire il suo peso proprio nel momento in cui si torna dall’evasione.
In realtà il mondo in cui viviamo è perfettamente simile a quella cosa un po’ opprimente che è un posto di cinquecento abitanti. La società globale è la società della ruralità di massa. Niente piazza, niente vita comunitaria, ognuno è un pastore che pascola le sue pecore morte. Veramente non c’è scampo. Poi uno può decidere di non pensarci, può capitare che ci si diverta passeggiando in riva al mare o facendo l’amore in una stanza d’albergo, può essere che si stia bene su una panchina del proprio paese, tutto può essere, ma siamo nel campo delle deroghe, delle eccezioni. La regola, la legge che si profila sembra seguire la curva delirante della mia disciplina: paesologia, tanatologia, teratologia. Detto altrimenti: il mondo è un paese, il paese è morto, dunque il mondo è un inferno abitato dai mostri.
maggio 19th, 2010 by Giampiero Cordisco
Dove si riporta un primo stralcio interessante dal libro Vento forte tra Lacedonia e Candela – esercizi di paesologia di Franco Arminio (ed. ControMano Laterza), nella speranza che i discorsi sulle piccole realtà paesane possano così venir dotati di una solida base di pensiero. La pazienza di copiare e incollare manualmente su un primo foglio Word, da cui chi scrive adesso copia e incolla automaticamente in pieno comfort digitale, è stata del compaesano Massimo Colella.
Va di moda assegnare le bandiere ai luoghi. C’è chi assegna la bandiera blu alle migliori località di mare e chi quella arancione ai paesi più belli. La scuola di paesologia potrebbe assegnare la bandiera bianca ai paesi più sperduti e affranti, i paesi della resa, quelli sulla soglia dell’estinzione. Ce ne sono tanti e sono i meno visitati. Non hanno il museo della civiltà contadina, non hanno il negozio che vende i prodotti tipici, non hanno la brochure che illustra le bellezze del posto, non hanno il medico tutti i giorni e la farmacia è aperta solo per qualche ora. Sono i paesi in cui si sente l’assenza di chi se n’è andato e quella di chi non è mai venuto. Non hanno neppure stranezze particolari: gli abitanti non sono tutti parenti tra di loro, non fanno processioni coi serpenti, non fanno la festa degli ammogliati, non hanno dato i natali a una famosa cantante o a un politico o a un calciatore. Non hanno neppure particolari arretratezze, hanno l’acqua calda in tutte le case, hanno le macchine e il televisore, tutti hanno di che mangiare e un tetto dove dormire.
In questi paesi della bandiera bianca ci sono i lampioni, ci sono i marciapiedi, c’è sicuramente almeno un bar e un piccolo negozio di alimentari, c’è un sindaco e una piazza, c’è qualche bambino, ci sono case nuove e case un po’ vecchie.
I paesi della bandiera bianca sono quelli che vengono visitati solo quando succede qualche disgrazia: il terremoto da questo punto di vista è la disgrazia ideale. Per il resto dell’anno, questi paesi che non hanno il mare e non hanno la montagna, che non hanno le fabbriche e le discoteche, che non hanno santi né delinquenti, stanno al loro posto, concavi o convessi, allungati, acciambellati, frammentati, appesi al paesaggio.
La bandiera bianca sta a significare che sono luoghi arresi senza additivi, senza mistificazioni, neppure quelle del silenzio e della pace. Nei paesi da bandiera bianca non è che si trova il pane più buono che altrove o l’artigiano che sa fare il cesto come si faceva una volta o il calzolaio che ti fa le scarpe. Si trova il mondo come è adesso, sfinito e senza senso, con l’unica differenza che questa condizione si mostra senza essere mascherata da altro.
La bandiera bianca non è la bandiera della desolazione contrapposta a quella del divertimento. Non è quella della bruttezza contrapposta a quella della bellezza. Non è quella dell’abbandono contrapposta a quella “dell’indaffaramento”. La bandiera bianca ci dice attraverso un luogo qualunque che l’ebbrezza di stare al mondo è svanita e che lavoriamo ogni giorno per portare in noi l’arca di Noè e ci ritroviamo con un pugno di mosche.
aprile 16th, 2010 by Antonino Sabetta
Cosa bolle in pentola per la prossima Estate Montefalconese? Spero che i nostri fantastici cuochi ce lo raccontino presto su queste pagine
luglio 7th, 2009 by Giampiero Cordisco
Eccoci qui.
Questo è il flyer.
La grafica di wordpress non aiuta, ma garantisco che varrà la pena visionarlo su cartaceo. E d’altronde lo vedrete, eccome: lo vedrete dappertutto.
Per chi legge da Montefalcone (orde sterminate di lettori, presumo), vi invito a contattare Michele Teonesto detto Flaesh che da stasera - massimo domani sarà in possesso della prima tiratura di stampa.
Diffondete, gente.
Un caro saluto.

giugno 22nd, 2009 by Giampiero Cordisco
Ciao a tutti/e.
Questo post è un po’ lungo, ma se arriverete alla fine poi vi sentirete più ricchi.
Con questo appello inizia di fatto la fase operativa finale della manifestazione ALTER’n’ECO, che si terrà al Lago Grande del nostro piccolo paese i giorni 31 luglio e 1° agosto prossimi. Continue reading ‘Cittadine e Cittadini’
ottobre 20th, 2008 by Graziella Rossi
Si è concluso ieri pomeriggio il Corso di PROTEZIONE CIVILE organizzato dal Centro Ricerche e Studi per la Protezione e Difesa Civile, in collaborazione con il Comune di Montefalcone nel Sannio.
Il corso è durato 20 ore ripartite tra Venerdì, Sabato e Domenica. Responsabile del Corso è stato il,Dott. Giuseppe Alabastro, con lui hanno Continue reading ‘Il Comune di Montefalcone ha il suo gruppo di Volontari della Protezione Civile..’