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	<title>Commenti a: Templi Italici di Schiavi d’Abruzzo &#8211; Culto di Ercole</title>
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	<description>Un blog per Montefalcone nel Sannio</description>
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		<title>Di: Antonino Sabetta</title>
		<link>http://www.montefalcone.net/2008/09/templi-italici-di-schiavi-d-abruzzo/comment-page-1/#comment-76</link>
		<dc:creator>Antonino Sabetta</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2008 09:27:40 +0000</pubDate>
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		<description>http://it.wikipedia.org/wiki/Cosma_e_Damiano</description>
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		<title>Di: Giancarlo Petti</title>
		<link>http://www.montefalcone.net/2008/09/templi-italici-di-schiavi-d-abruzzo/comment-page-1/#comment-75</link>
		<dc:creator>Giancarlo Petti</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Nov 2008 22:34:32 +0000</pubDate>
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		<description>Ciao Massimo!
Grazie per il commento.Appena ho un pò risponderò.

Saluti.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao Massimo!<br />
Grazie per il commento.Appena ho un pò risponderò.</p>
<p>Saluti.</p>
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	<item>
		<title>Di: massimo colella</title>
		<link>http://www.montefalcone.net/2008/09/templi-italici-di-schiavi-d-abruzzo/comment-page-1/#comment-74</link>
		<dc:creator>massimo colella</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 17:04:44 +0000</pubDate>
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		<description>La mia personale “scoperta” del sito archeologico a noi vicino, quello di Schiavi d’Abruzzo, è avvenuta recentemente. Un paio di anni fa, in una domenica d’autunno a casa, quasi per caso, tra i tanti depliant che abitualmente Daniele mi lascia ne notavo uno prodotto dalla provincia di Chieti che intendeva illustrare le bellezze delle terre chietine in prossimità della vallata del Trigno.
L’avvicendarsi tra quei fogli, ben corredati da foto illustrative, di splendide chiese e altre importanti testimonianze del passato mi convinceva sempre di più della mia suprema ignoranza in merito alle bellezze dell’arte in genere e delle architetture storiche che ci circondano.
Mi consolavo quindi con l’unico luogo tra quelli presentati da me conosciuto e visitato, in occasione di una mostra tenutasi del mio cugino pittore Ettore Frani: il castello di Montedorisio.
Mentre pensavo a quella giornata continuando a sfogliare, finalmente mi imbattei nelle foto dei templi italici di Schiavi d’Abruzzo.
La sorpresa fu grande. Testimonianze così ben conservate a due passi da casa nostra e mai nessuno me ne aveva parlato? Mi tornò in mente la reazione indignata della mia cara professoressa di storia dell’arte Bianca Campli, a Praga nel 1995, di fronte all’incredulità di noi studenti  nell’avere “a portata di mano” un Van Gogh: “…è scandalosa la vostra sorpresa! Vi meravigliate per questa possibilità, quando nel nostro territorio quotidianamente siamo circondati da opere altrettanto accessibili e di uguale importanza...”. Voleva solo dirci di prestare attenzione a quanto i nostri luoghi hanno da raccontarci e palesava forse una frustrazione nel prendere atto che la scuola, in questo campo, non riuscisse a fare abbastanza e come da italiani eravamo poco consapevoli del patrimonio di cui il nostro paese gode. Rimasi colpito dal suo rimprovero e mi vergognai un po’ della mia ingenuità.
Una simile sensazione tornò allora in occasione della rivelazione dei templi di Schiavi; in quel periodo avevo appena finito di leggere “il sannio e i sanniti”, bellissimo libro di E.T. Salmon edito da Einaudi sul popolo che un tempo abitava le nostre terre. Come sempre al cospetto di un buon libro entusiasmi e fermenti sopiti si animarono. Ero insomma molto curioso di saperne di più, anche perché in quel libro non c’era molto sul sito in questione. Si accennava agli alti “podia” dei templi Sanniti a cui si accedeva mediante una gradinata e come esempio si ricordavano oltre a Schiavi, Quadri, San Giovanni in Galdo e soprattutto Pietrabbondante.
Convinsi allora il motorizzato amico Flaesh a fare un giro tra quei monti il pomeriggio stesso di quella domenica.
Andammo insieme a Giampiero e vedemmo. Ci meravigliammo cercando di fotografare le impressioni di quel pomeriggio freddo; in un impeto di soddisfazione ed esaltazione tentammo anche una improbabile visita al sito di Pietrabbondante. Stava infatti per calare la sera e il cancello di accesso all’area era irrimediabilmente chiuso ricordando per mezzo di un cartello la sua apertura in scomodi orari mattutini di giornate lavorative. Il tempo di girare in un paese con i primi odori del vino e della legna bruciata in chiaro fumo dai camini e di soffermarsi sulla visione lontana ma nitida della “nostra” liscia grande. Flaesh richiamava la vista con particolari metafore e io mi lanciavo nel ricordo di “sannitiche” comunicazioni tra quell’avamposto e il nostro.
Quanto detto vuole sottolineare il dato, troppo spesso sottovalutato, che nel nostro territorio esistono e resistono luoghi di incanto e di equilibrio tra l’uomo e la natura che nella loro perfetta fusione ci presentano e sostanziano il divino. Non li si conosce però, e non li si discute perché il rapporto con il proprio territorio è diventato meno diretto e necessario.
Ammaliano ormai le moderne luci lontane e il ruolo basilare della terra sostentatrice è passato in secondo piano. Spariscono, nel giro di un paio di generazioni, le conoscenze profonde che servivano a governarlo e rigenerarlo. Appaiono ormai queste, sempre più pratiche “sciamaniche”, molto difficilmente inquadrabili nella mole di conoscenza che le università-aziende di oggi devono garantire. Il risultato è un continuo impoverimento della cultura contadina. Tempo fa Goffredo Fofi in un intervento alla “festa del libro” a Roma, ricordando Ignazio Silone o un autore della sua “scuola”, sosteneva che la vera tragedia del ventesimo secolo risiedeva nella distruzione della società contadina.
Questioni complesse ma importanti, forse poco affrontabili in questa sede. Torniamo all’articolo di Giancarlo (che ha il merito di divulgare e arricchire, anche sul blog, conoscenza e coscienza della nostra storia e della nostra identità) per dire come, tra i tanti aspetti affrontati, uno in particolare mi ha molto incuriosito perché mi rimanda a una recente scoperta fatta per mezzo di un libro acquistato fortunosamente un anno fa. Il libro si chiama “Il Culto di Priapo” di Richard Payne Knight (1750-1824) edito da “Club del Libro Fratelli Melita” e affronta il tema indicato nel titolo, partendo proprio dagli ex-voto che, raffiguranti le parti genitali maschili, erano indirizzati a propiziare la fecondità umana e agricola ma nascevano da antichi culti che rimandavano, passando per i riti Orfici greci e l’antico Egitto, a tempi molto più lontani.
L’aspetto particolare dell’opera risiede nel fatto che lo studio “parte” da due lettere che riferiscono come in una provincia distante cinquanta miglia dalla capitale italiana, era ancora reso – benchè sotto altra denominazione- un culto all’antica divinità Priapo; una scritta da Sir William Hanilton, ambasciatore di Sua Maestà Britannica alla corte di Napoli, inviata a Sir Joseph Banks presidente della Società Reale, l’altra scritta nel 1870 da un ignoto residente di Isernia. È proprio di Isernia che si parla. È la città pentra a noi vicina in cui sul finire dell’ottocento il culto antico ancora resisteva seppur una buona parte dei significati dei riti connessi erano ormai perduti e lo scopo originale dimenticato nell’innestarsi lento e inesorabile della “giovane” nuova religione cattolica; infatti il culto aveva la sua manifestazione pubblica nella festa del “moderno priapo” San Cosmo.
Le curiosissime lettere che spero di riuscire a trascrivere prossimamente qui sul blog, descrivono la “strana” festa dei santi Cosmo e Damiano e della contemporanea fiera che avevano luogo a mezzo miglio da Isernia il giorno 27 settembre.
Al di là del libro, i due documenti risultano molto interessanti a mio parere perché testimoniano come spesso nella nostra stessa vita “moderna” i rapporti che ci legano alla sapienza e alla conoscenza attiva nella notte dei tempi siano tuttora presenti seppur alterati e reinterpretati dai credi religiosi e dalle strutture socio economiche in perenne mutazione.
È bello così scoprire che il segno con la mano che mia nonna mi presentava quando ero piccolo, incastrando il pollice tra indice e medio, viene da antichi uomini non molto diversi da noi che per mezzo di altri percorsi conoscitivi sapevano del mondo e della vita più o meno quello che noi sappiamo ora, nell’epoca della grande scienza guida dell’umanità.

Saluti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La mia personale “scoperta” del sito archeologico a noi vicino, quello di Schiavi d’Abruzzo, è avvenuta recentemente. Un paio di anni fa, in una domenica d’autunno a casa, quasi per caso, tra i tanti depliant che abitualmente Daniele mi lascia ne notavo uno prodotto dalla provincia di Chieti che intendeva illustrare le bellezze delle terre chietine in prossimità della vallata del Trigno.<br />
L’avvicendarsi tra quei fogli, ben corredati da foto illustrative, di splendide chiese e altre importanti testimonianze del passato mi convinceva sempre di più della mia suprema ignoranza in merito alle bellezze dell’arte in genere e delle architetture storiche che ci circondano.<br />
Mi consolavo quindi con l’unico luogo tra quelli presentati da me conosciuto e visitato, in occasione di una mostra tenutasi del mio cugino pittore Ettore Frani: il castello di Montedorisio.<br />
Mentre pensavo a quella giornata continuando a sfogliare, finalmente mi imbattei nelle foto dei templi italici di Schiavi d’Abruzzo.<br />
La sorpresa fu grande. Testimonianze così ben conservate a due passi da casa nostra e mai nessuno me ne aveva parlato? Mi tornò in mente la reazione indignata della mia cara professoressa di storia dell’arte Bianca Campli, a Praga nel 1995, di fronte all’incredulità di noi studenti  nell’avere “a portata di mano” un Van Gogh: “…è scandalosa la vostra sorpresa! Vi meravigliate per questa possibilità, quando nel nostro territorio quotidianamente siamo circondati da opere altrettanto accessibili e di uguale importanza&#8230;”. Voleva solo dirci di prestare attenzione a quanto i nostri luoghi hanno da raccontarci e palesava forse una frustrazione nel prendere atto che la scuola, in questo campo, non riuscisse a fare abbastanza e come da italiani eravamo poco consapevoli del patrimonio di cui il nostro paese gode. Rimasi colpito dal suo rimprovero e mi vergognai un po’ della mia ingenuità.<br />
Una simile sensazione tornò allora in occasione della rivelazione dei templi di Schiavi; in quel periodo avevo appena finito di leggere “il sannio e i sanniti”, bellissimo libro di E.T. Salmon edito da Einaudi sul popolo che un tempo abitava le nostre terre. Come sempre al cospetto di un buon libro entusiasmi e fermenti sopiti si animarono. Ero insomma molto curioso di saperne di più, anche perché in quel libro non c’era molto sul sito in questione. Si accennava agli alti “podia” dei templi Sanniti a cui si accedeva mediante una gradinata e come esempio si ricordavano oltre a Schiavi, Quadri, San Giovanni in Galdo e soprattutto Pietrabbondante.<br />
Convinsi allora il motorizzato amico Flaesh a fare un giro tra quei monti il pomeriggio stesso di quella domenica.<br />
Andammo insieme a Giampiero e vedemmo. Ci meravigliammo cercando di fotografare le impressioni di quel pomeriggio freddo; in un impeto di soddisfazione ed esaltazione tentammo anche una improbabile visita al sito di Pietrabbondante. Stava infatti per calare la sera e il cancello di accesso all’area era irrimediabilmente chiuso ricordando per mezzo di un cartello la sua apertura in scomodi orari mattutini di giornate lavorative. Il tempo di girare in un paese con i primi odori del vino e della legna bruciata in chiaro fumo dai camini e di soffermarsi sulla visione lontana ma nitida della “nostra” liscia grande. Flaesh richiamava la vista con particolari metafore e io mi lanciavo nel ricordo di “sannitiche” comunicazioni tra quell’avamposto e il nostro.<br />
Quanto detto vuole sottolineare il dato, troppo spesso sottovalutato, che nel nostro territorio esistono e resistono luoghi di incanto e di equilibrio tra l’uomo e la natura che nella loro perfetta fusione ci presentano e sostanziano il divino. Non li si conosce però, e non li si discute perché il rapporto con il proprio territorio è diventato meno diretto e necessario.<br />
Ammaliano ormai le moderne luci lontane e il ruolo basilare della terra sostentatrice è passato in secondo piano. Spariscono, nel giro di un paio di generazioni, le conoscenze profonde che servivano a governarlo e rigenerarlo. Appaiono ormai queste, sempre più pratiche “sciamaniche”, molto difficilmente inquadrabili nella mole di conoscenza che le università-aziende di oggi devono garantire. Il risultato è un continuo impoverimento della cultura contadina. Tempo fa Goffredo Fofi in un intervento alla “festa del libro” a Roma, ricordando Ignazio Silone o un autore della sua “scuola”, sosteneva che la vera tragedia del ventesimo secolo risiedeva nella distruzione della società contadina.<br />
Questioni complesse ma importanti, forse poco affrontabili in questa sede. Torniamo all’articolo di Giancarlo (che ha il merito di divulgare e arricchire, anche sul blog, conoscenza e coscienza della nostra storia e della nostra identità) per dire come, tra i tanti aspetti affrontati, uno in particolare mi ha molto incuriosito perché mi rimanda a una recente scoperta fatta per mezzo di un libro acquistato fortunosamente un anno fa. Il libro si chiama “Il Culto di Priapo” di Richard Payne Knight (1750-1824) edito da “Club del Libro Fratelli Melita” e affronta il tema indicato nel titolo, partendo proprio dagli ex-voto che, raffiguranti le parti genitali maschili, erano indirizzati a propiziare la fecondità umana e agricola ma nascevano da antichi culti che rimandavano, passando per i riti Orfici greci e l’antico Egitto, a tempi molto più lontani.<br />
L’aspetto particolare dell’opera risiede nel fatto che lo studio “parte” da due lettere che riferiscono come in una provincia distante cinquanta miglia dalla capitale italiana, era ancora reso – benchè sotto altra denominazione- un culto all’antica divinità Priapo; una scritta da Sir William Hanilton, ambasciatore di Sua Maestà Britannica alla corte di Napoli, inviata a Sir Joseph Banks presidente della Società Reale, l’altra scritta nel 1870 da un ignoto residente di Isernia. È proprio di Isernia che si parla. È la città pentra a noi vicina in cui sul finire dell’ottocento il culto antico ancora resisteva seppur una buona parte dei significati dei riti connessi erano ormai perduti e lo scopo originale dimenticato nell’innestarsi lento e inesorabile della “giovane” nuova religione cattolica; infatti il culto aveva la sua manifestazione pubblica nella festa del “moderno priapo” San Cosmo.<br />
Le curiosissime lettere che spero di riuscire a trascrivere prossimamente qui sul blog, descrivono la “strana” festa dei santi Cosmo e Damiano e della contemporanea fiera che avevano luogo a mezzo miglio da Isernia il giorno 27 settembre.<br />
Al di là del libro, i due documenti risultano molto interessanti a mio parere perché testimoniano come spesso nella nostra stessa vita “moderna” i rapporti che ci legano alla sapienza e alla conoscenza attiva nella notte dei tempi siano tuttora presenti seppur alterati e reinterpretati dai credi religiosi e dalle strutture socio economiche in perenne mutazione.<br />
È bello così scoprire che il segno con la mano che mia nonna mi presentava quando ero piccolo, incastrando il pollice tra indice e medio, viene da antichi uomini non molto diversi da noi che per mezzo di altri percorsi conoscitivi sapevano del mondo e della vita più o meno quello che noi sappiamo ora, nell’epoca della grande scienza guida dell’umanità.</p>
<p>Saluti</p>
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	<item>
		<title>Di: giancarlo</title>
		<link>http://www.montefalcone.net/2008/09/templi-italici-di-schiavi-d-abruzzo/comment-page-1/#comment-73</link>
		<dc:creator>giancarlo</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Oct 2008 10:22:24 +0000</pubDate>
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		<description>Mi rivolgo a tutti i ragazzi che quest&#039;estate mi tempestavano di domande su Maronea, i Sanniti ecc. ecc.: Possibile che quest&#039;articolo non suscita nessun interrogativo?
Presumo, anzi ne sono certo, che tutti abbiate letto!
Saluti, Giancarlo</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi rivolgo a tutti i ragazzi che quest&#8217;estate mi tempestavano di domande su Maronea, i Sanniti ecc. ecc.: Possibile che quest&#8217;articolo non suscita nessun interrogativo?<br />
Presumo, anzi ne sono certo, che tutti abbiate letto!<br />
Saluti, Giancarlo</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Antonino Sabetta</title>
		<link>http://www.montefalcone.net/2008/09/templi-italici-di-schiavi-d-abruzzo/comment-page-1/#comment-72</link>
		<dc:creator>Antonino Sabetta</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Sep 2008 13:04:22 +0000</pubDate>
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		<description>Graziella mi ha contattato via e-mail chiedendomi di darle un accesso come autore. Sicuramente ti risponderà lei stessa, con un articolo su questo blog.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Graziella mi ha contattato via e-mail chiedendomi di darle un accesso come autore. Sicuramente ti risponderà lei stessa, con un articolo su questo blog.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Gilda Sabetta</title>
		<link>http://www.montefalcone.net/2008/09/templi-italici-di-schiavi-d-abruzzo/comment-page-1/#comment-71</link>
		<dc:creator>Gilda Sabetta</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Sep 2008 08:07:02 +0000</pubDate>
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		<description>Leggendo il post di Giancarlo Petti mi sono tornate in mente tutte le cose dette durante le varie occasioni che questa estate si sono presentate, in merito a Maronea e a quanto la nostra montagna custodisce.
Mi rivolgo principalmente a Graziella Rossi e al sindaco (o a chiunque sia più informato di me): si hanno notizie dalla Sovrintendenza riguardo alla concessione di scavo?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo il post di Giancarlo Petti mi sono tornate in mente tutte le cose dette durante le varie occasioni che questa estate si sono presentate, in merito a Maronea e a quanto la nostra montagna custodisce.<br />
Mi rivolgo principalmente a Graziella Rossi e al sindaco (o a chiunque sia più informato di me): si hanno notizie dalla Sovrintendenza riguardo alla concessione di scavo?</p>
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