Templi Italici di Schiavi d’Abruzzo – Culto di Ercole

Nella parte superiore della vallata del torrente Sente si stagliano nel cielo e sul verde circostante , le sagome dei resti dei templi italici, incantevole luogo di culto, bellissimo da rimirare nell’insieme, a distanza, dopo aver percorso una strada impervia ma con scorci spettacolari.

Parliamo dell’insediamento di tipo sacrale sannita, nei pressi di Schiavi d’Abruzzo.

Luogo di grande suggestione, immerso in un silenzio assordante, bagliore improvviso di storia gloriosa, stuzzica la fantasia nella ricostruzione di cerimonie, storie, passioni delle persone che in vita vi operarono.

E’ magia totale: nuove ed antiche emozioni si scontrano e trascinano il pensiero a ruzzolare per la scala della fantasia, riportandoci ai tempi in cui s’imparava giocando, rovistando tra i ricordi delle persone a noi care alla ricerca di arcani santuari e gloriose abbazie.

E’ proprio bello guardarsi intorno e scoprire posti capaci di destare emozioni e, scardinando pregiudizi ideologici, di riportarsi ad un legittimo livello di fama e di gloria.

Il sito di Schiavi d’Abruzzo svolge questo ruolo a meraviglia e ci offre la possibilità di parlare di storia, in una giornata invernale in cui i raggi radenti del sole al tramonto illuminano i ruderi ancora parzialmente coperti di neve, creando suggestivi giochi di luce e di ombre allungate.

Il pensiero va alle abili mani di chi modellò le pietre che formano l’insediamento: strumenti perfetti per i bravissimi artigiani, chiamati in questo luogo dalla famiglia dei Papi per erigere un santuario.

Due sono i templi: il maggiore realizzato tra la fine del III secolo a.c. e l’ inizio del II secolo a.c.; l’altro, quello minore, è datato inizio del I secolo a.c..

Entrambi si trovano sopra un terrazzamento delimitato da un muro in opera, a grossi blocchi squadrati.

Il tempio maggiore, che misurava circa m 8,80 x 16,50, è posto sopra un podio di dimensione considerevole, alto 1,79 m ed esteso circa 21 m x 11 m.

L’unità di misura utilizzata è il piede, corrispondente a m 0,275 ed è semplice, per chi volesse farlo, risalire alle misure originarie, corrispondenti per la pianta del tempio maggiore a circa 32 x 60 piedi.

Nel podio, frontalmente, vi è incassata la gradinata.

Il tempio è prostilo, (dal greco prò “davanti” e stylos “colonne”) cioè con una serie di colonne sulla facciata e tetrastilo, (dal greco tetra “a quattro”), cioè a quattro colonne, con due allineamenti di colonne laterali e cella delle dimensioni di circa m 6,73 x 7,33, con le ante, parte terminale delle pareti della cella, pari a circa un terzo della stessa.

Grandi blocchi, lavorati in maniera impeccabile, formano il podio; le colonne avevano un’altezza di 5,95 m, con fusto liscio e capitelli in stile ionico schematico a quattro facce ed erano accompagnati da epistilio fittile con fregio dorico.

Alcuni capitelli rinvenuti solo “sbozzati”, rivelano che probabilmente non fu mai completato, anche se la mancata rifinitura potrebbe essere una scelta espressiva e formale, per rivendicare un’autonomia di stile e d’espressione.

Costruzioni del genere rivelano comunque un’influenza di tipo ellenistico.

I mercatores italici, durante i loro viaggi commerciali avevano conosciuto ed apprezzato nell’ambiente campano tale cultura e si crede che dalla Campania provenissero le maestranze ed i progettisti.

Durante il restauro, tra due lastre della pavimentazione, è stato ritrovato un piccolo tesoro composto da 17 monete in bronzo, che permettono di datare il periodo di vita del tempio, in un arco che va dal 217 a.c. al 253 d.c.

Il secondo tempio, anch’esso prostilo e tetrastilo, è con un solo allineamento di colonne ed a cella unica, dalle dimensioni di m 7,40 x 13,30, con pronao a quattro colonne in laterizio, con pavimento ad opus spicatum (mattoni messi a spina di pesce).

Molto bello è il pavimento della cella: un battuto di signino rosso con decorazione a tessere bianche disposte a losanghe, del tipo simile ad alcuni ritrovati a Roma nella Domus publica al Foro Romano, sotto il tabulario prima dell’83 a.c., a Palestrina nel Santuario della Fortuna, e a Sepinum.

Un’iscrizione in osco, presso la soglia, dichiara essere la costruzione anteriore alla guerra sociale, quando gli italici chiesero a Roma, con una rivolta, di essere riconosciuti parte integrante dello stato, anche da un punto di vista sociale e giuridico. E’ presente il nome del costruttore “G.Paapii(s)”.

La sua costruzione è contemporanea a quella del tempio B di Pietrabbondante, e pur essendo di minore importanza ebbe un destino migliore, continuando ad essere frequentato anche quando i centri maggiori, insieme ai loro edifici sacri, furono annientati, anche giuridicamente, per la loro rilevante funzione ideologica e antiromana.

La “lunga durata” dell’edificio di Schiavi, si deduce dal fatto che nel tempio minore furono eseguiti dei lavori anche in epoche successive, come la chiusura degli spazi tra le colonne e sulle ante.

Nel 1971 in una buca presso l’angolo nord-est della cella del tempio minore, fu ritrovata una stipe votiva, apparentemente ridotta sia come quantità che come datazione dei reperti, rispetto all’arco di vita del santuario e che potrebbe essere stata in qualche maniera danneggiata durante l’occupazione medievale e nei lavori di ristrutturazione avvenuti nel tempo.

Restano comunque molto interessanti i reperti rinvenuti, capaci di raccontare delle belle storie di devozione alle divinità, nel tentativo sempre eterno e comune a tutte le religioni, di ottenere guarigione, protezione e difesa dalle insidie di una vita che spesso ci scopre fragili e vulnerabili.

Gli eventi naturali incontrollabili, forti ed improvvisi, la durezza dell’esistenza, l’insicurezza di un’economia a carattere prevalentemente agricola e pastorale, fanno della pratica religiosa uno strumento indispensabile per ingraziarsi le divinità e allora, come oggi, si facevano delle offerte per ottenere una “grazia” o per riconoscenza di quanto è stato ottenuto.

Diversi oggetti votivi, quasi sempre in terracotta, venivano donati e conservati nel tempio, in armadi, finché per motivi di spazio, venivano tolti.

Non potevano però in alcun modo essere riutilizzati ed essendo consacrati, dovevano restare nell’area sacra, deposti nella stipe, in una buca.

Le offerte in terracotta possono essere classificate in due gruppi di appartenenza: il primo comprende oggetti di uso quotidiano, il secondo varie rappresentazioni della figura umana o di parte anatomiche.

La lettura di tali offerte non è suscettibile di una sola interpretazione, perché con la riproduzione della figura intera o di parte del corpo, ci si voleva porre sotto l’assistenza e tutela della divinità, oppure esprimere riconoscenza agli dei per una guarigione ricevuta (ex voto).

La richiesta di guarigione (sanatio) era ugualmente motivo di offerta di figure intere o di parte del corpo malate (votivo).

Pur essendo agevole classificare il materiale appartenente all’ambito della Sanatio, è difficile individuare quali organi rappresentati fossero ex voto e a quali fosse riconosciuta la caratteristica di votivo.

Alcune rappresentazioni di organi genitali maschili indirizzano, senza indugio, a riconoscere la loro valenza di propiziatori di fecondità, in una società che aveva grande bisogno di nuove forze lavorative che all’occorrenza si trasformavano in valide forze combattenti.

La mancanza di rappresentazione di mammelle e di organi genitali femminili fanno tuttavia intuire la preponderanza della sfera salutare nei confronti di quella legata alla fertilità.

Alla prima appartengono la serie di figure intere o frammentate e le rappresentazioni di arti superiori (mani) e inferiori (piedi).

E’ possibile che anche la richiesta di protezione per un viaggio da affrontare, potesse essere un motivo di rappresentazione ed offerta di arti inferiori.

Fra le altre terrecotte è stato trovato un peso di telaio troncopiramidale, ricollegabile alla richiesta di protezione nelle operazioni di tessiture e filatura o come attestazione della condizione sociale (di donna sposata) dell’offerente.

Sono stati rinvenute anche alcune teste di volatili: un colombo, un cigno ed un’oca, interpretabili come una possibile predilezione di tali specie, da parte della divinità o più semplicemente una sostituzione del sacrificio di un animale vero con uno in terracotta.

Ciotole, olle e crateri contenevano offerte di primizie, mentre balsamari ed incensieri erano contenitori di unguenti e profumi.

Menzione particolare va fatta per il consistente gruppo di lucerne, donate con una notevole frequenza e che svolgevano il ruolo che successivamente, nelle chiese cristiane, verrà riservato alle candele in cera.

Tali materiali confermano la metà del II secolo d.c. come parte finale del deposito votivo.

Sono state rinvenuti anche resti animali, di suini, in particolare cinghiali, utilizzati in riti sacrificali.

Rari i reperti di matrice colta o di ispirazione ellenistica, come le tre foglie di Ulivo, in lamina d’oro, appartenente ad una corona e la statuina in bronzo di Ercole in posizione di assalto, con il braccio destro alzato, che reggeva una clava ora mancante e la pelle di leone (leontè) sul braccio sinistro. Chiaramente la presenza di Ercole non significa che il santuario fosse a lui consacrato ma conferma la diffusione del suo culto presso i popoli italici ed in particolare nel territorio abruzzese-molisano.

Statue di Ercole sono state trovate a Pietrabbondante, Agnone, Trivento, Tufillo, Montenero di Bisaccia, Cupello, Baranello, San Biase, Ripalimosani, Casacalenda, Campodipietra, Macchia d’Isernia, Venafro, Villalfonsina, Atessa, Vacri, Sulmona, Ortona, Scerni, Orsogna, Monteodorisio, Crecchio, Chieti, Carsoli, Monte Vairano.

Il mito italico di Ercole nasce dall’Herakles greco, eroe purificatore del mondo sottomesso alle forze del caos e popolato di mostri. Ercole stesso era pastore, armato di clava e di arco si rese protagonista di imprese memorabili.

Heracles è nato in Beozia ma le sue origine sono del Peloponneso: figlio di Alemena e di Zeus

che con un sotterfugio aveva il posto del marito Anfitrione.

Era, la moglie divina di Zeus, adirata, manda dei serpenti velenosi nella culla ma Herakles, dando prova dei sui poteri, li strozza.

A diciotto anni affrontò, uccidendolo, un leone che insidiava il bestiame del padre terreno Anfitrione e del Re Tespi, ricevendo per riconoscenza, le sue cinquanta figlie, ed i loro discendenti avrebbero colonizzato la Sardegna.

Tale culto arriva ai Sanniti sia per mezzo dei contatti con la Magna Grecia , che per effetto dei contatti con la cultura etrusca, che parimenti conoscevano colui che chiamavano Hercle.

Dai sabini venne attribuito ad Ercole il ruolo di protettore dei commerci e le sue imprese contribuirono ad allargare la diffusione del suo culto.

In Italia tuttavia assume delle caratteristiche proprie e gli furono attribuite specificità legate alle profondità terrestri, alla fertilità e protettrici del commercio, del guadagno e soprattutto del combattimento e della vittoria, infine e solo più tardi anche caratteristiche sepolcrali.

Il suo culto, specie all’inizio, aveva spiccate caratteristiche militari e visto come la personalizzazione della forza fisica, fu scelto dai Sanniti, che in lui si specchiavano, come eroe nazionale.

I contatti tra coloni greci, gli Etruschi ed i Sanniti stessi, diffondono il suo culto che raggiunge le aree sabelle e sabine e successivamente i Latini e Roma.

Il suo grande ed immediato successo, con l’accoglimento nel pantheon italico è dovuto anche alla sovrapposizione a preesistente divinità locali, delle quali assorbe le caratteristiche, pensiamo per esempio al latino Silvano, dio dei campi e dei boschi che controllava gli animali selvatici e le forze della natura, oppure al sabino Faunus.

Diventa così la divinità sannitica maggiormente venerata, dio delle sorgenti, delle greggi, dell’allevamento, dei pastori, della transumanza e capace di allontanare il male.

Molto popolare e venerato, nel mondo agricolo-pastorale, è presente con santuari costruiti con grande intensità lungo i percorsi tratturali, vedi Vastogirardi, Campochiaro, Sulmona e tanti altri di carattere minore.

In Molise, l’abbiamo già detto, statuette di Ercole si trovano con grande frequenza fra resti di insediamenti, di templi e di cinte ma anche lungo i tratturi, millenari vie percorse da greggi e pastori, che, secondo un’opinione sempre più diffusa, usavano portarle con loro, così come in epoche successive si farà con i santini di carta.

Anche nella Sepinum romana, la testa di Ercole, posta nell’arco della porta monumentale, svolgeva funzione di controllo e protezione sul tratturo sottostante.

Ercole garantiva il “diritto di passaggio”, anche e soprattutto attraverso l’opera dei sacerdoti dei suoi templi che divennero punti di riferimento per i pastori e tale era la fiducia accordata, da affidare loro i risparmi in semplice custodia o da investire.

La necessità di trovare la protezione divina lungo i percorsi tratturali, continuò in epoca cristiana attraverso il culto della Madonna Incoronata di cui si trovano, nei luoghi di culto lungo tali vie, numerose statue lignee e dipinti.

Ercole, dunque, protettore della pastorizia e di quanto ad essa collegato ma sempre e soprattuto capace di combattere e vincere il male.

Con queste valenza attraversa e supera il periodo romano fino ad essere “assorbito” dal cristianesimo che, è risaputo, fa proprio tutto ciò che non può distruggere; nello specifico sovrapponendo al culto di Ercole quello di San Michele Arcangelo, che eredita il suo ruolo di guerriero e di combattente delle forze del male e come Ercole è raffigurato con la mano destra alzata in atto di colpire, con la spada al posto della clava ed il serpente a raffigurare il male al posto del leone. Come Ercole, protettore degli antri e cavità terrestri, San Michele è titolare di numerose grotte a lui dedicate; decine solo in Abruzzo, diverse in altre regioni centro meridionali.

Molte di queste grotte erano già precedentemente considerate a carattere sacrale, legate a riti di adorazione delle rocce, delle acque e di fecondità e qualche volta addirittura di sacrifici umani e di cannibalismo rituale.

La memoria ed il culto del pastore-guerriero, uccisore del leone, si proietta e trasforma in quello del giovane santo-guerriero, uccisore del dragone.

Ancora una volta, un filo sottile di continuità cultuale, misterioso ed affascinante, ci guida attraverso il gomitolo aggrovigliato delle vicende umane.

6 Responses to “Templi Italici di Schiavi d’Abruzzo – Culto di Ercole”


  1. Gilda Sabetta

    Leggendo il post di Giancarlo Petti mi sono tornate in mente tutte le cose dette durante le varie occasioni che questa estate si sono presentate, in merito a Maronea e a quanto la nostra montagna custodisce.
    Mi rivolgo principalmente a Graziella Rossi e al sindaco (o a chiunque sia più informato di me): si hanno notizie dalla Sovrintendenza riguardo alla concessione di scavo?

  2. Antonino Sabetta

    Graziella mi ha contattato via e-mail chiedendomi di darle un accesso come autore. Sicuramente ti risponderà lei stessa, con un articolo su questo blog.

  3. giancarlo

    Mi rivolgo a tutti i ragazzi che quest’estate mi tempestavano di domande su Maronea, i Sanniti ecc. ecc.: Possibile che quest’articolo non suscita nessun interrogativo?
    Presumo, anzi ne sono certo, che tutti abbiate letto!
    Saluti, Giancarlo

  4. massimo colella

    La mia personale “scoperta” del sito archeologico a noi vicino, quello di Schiavi d’Abruzzo, è avvenuta recentemente. Un paio di anni fa, in una domenica d’autunno a casa, quasi per caso, tra i tanti depliant che abitualmente Daniele mi lascia ne notavo uno prodotto dalla provincia di Chieti che intendeva illustrare le bellezze delle terre chietine in prossimità della vallata del Trigno.
    L’avvicendarsi tra quei fogli, ben corredati da foto illustrative, di splendide chiese e altre importanti testimonianze del passato mi convinceva sempre di più della mia suprema ignoranza in merito alle bellezze dell’arte in genere e delle architetture storiche che ci circondano.
    Mi consolavo quindi con l’unico luogo tra quelli presentati da me conosciuto e visitato, in occasione di una mostra tenutasi del mio cugino pittore Ettore Frani: il castello di Montedorisio.
    Mentre pensavo a quella giornata continuando a sfogliare, finalmente mi imbattei nelle foto dei templi italici di Schiavi d’Abruzzo.
    La sorpresa fu grande. Testimonianze così ben conservate a due passi da casa nostra e mai nessuno me ne aveva parlato? Mi tornò in mente la reazione indignata della mia cara professoressa di storia dell’arte Bianca Campli, a Praga nel 1995, di fronte all’incredulità di noi studenti nell’avere “a portata di mano” un Van Gogh: “…è scandalosa la vostra sorpresa! Vi meravigliate per questa possibilità, quando nel nostro territorio quotidianamente siamo circondati da opere altrettanto accessibili e di uguale importanza…”. Voleva solo dirci di prestare attenzione a quanto i nostri luoghi hanno da raccontarci e palesava forse una frustrazione nel prendere atto che la scuola, in questo campo, non riuscisse a fare abbastanza e come da italiani eravamo poco consapevoli del patrimonio di cui il nostro paese gode. Rimasi colpito dal suo rimprovero e mi vergognai un po’ della mia ingenuità.
    Una simile sensazione tornò allora in occasione della rivelazione dei templi di Schiavi; in quel periodo avevo appena finito di leggere “il sannio e i sanniti”, bellissimo libro di E.T. Salmon edito da Einaudi sul popolo che un tempo abitava le nostre terre. Come sempre al cospetto di un buon libro entusiasmi e fermenti sopiti si animarono. Ero insomma molto curioso di saperne di più, anche perché in quel libro non c’era molto sul sito in questione. Si accennava agli alti “podia” dei templi Sanniti a cui si accedeva mediante una gradinata e come esempio si ricordavano oltre a Schiavi, Quadri, San Giovanni in Galdo e soprattutto Pietrabbondante.
    Convinsi allora il motorizzato amico Flaesh a fare un giro tra quei monti il pomeriggio stesso di quella domenica.
    Andammo insieme a Giampiero e vedemmo. Ci meravigliammo cercando di fotografare le impressioni di quel pomeriggio freddo; in un impeto di soddisfazione ed esaltazione tentammo anche una improbabile visita al sito di Pietrabbondante. Stava infatti per calare la sera e il cancello di accesso all’area era irrimediabilmente chiuso ricordando per mezzo di un cartello la sua apertura in scomodi orari mattutini di giornate lavorative. Il tempo di girare in un paese con i primi odori del vino e della legna bruciata in chiaro fumo dai camini e di soffermarsi sulla visione lontana ma nitida della “nostra” liscia grande. Flaesh richiamava la vista con particolari metafore e io mi lanciavo nel ricordo di “sannitiche” comunicazioni tra quell’avamposto e il nostro.
    Quanto detto vuole sottolineare il dato, troppo spesso sottovalutato, che nel nostro territorio esistono e resistono luoghi di incanto e di equilibrio tra l’uomo e la natura che nella loro perfetta fusione ci presentano e sostanziano il divino. Non li si conosce però, e non li si discute perché il rapporto con il proprio territorio è diventato meno diretto e necessario.
    Ammaliano ormai le moderne luci lontane e il ruolo basilare della terra sostentatrice è passato in secondo piano. Spariscono, nel giro di un paio di generazioni, le conoscenze profonde che servivano a governarlo e rigenerarlo. Appaiono ormai queste, sempre più pratiche “sciamaniche”, molto difficilmente inquadrabili nella mole di conoscenza che le università-aziende di oggi devono garantire. Il risultato è un continuo impoverimento della cultura contadina. Tempo fa Goffredo Fofi in un intervento alla “festa del libro” a Roma, ricordando Ignazio Silone o un autore della sua “scuola”, sosteneva che la vera tragedia del ventesimo secolo risiedeva nella distruzione della società contadina.
    Questioni complesse ma importanti, forse poco affrontabili in questa sede. Torniamo all’articolo di Giancarlo (che ha il merito di divulgare e arricchire, anche sul blog, conoscenza e coscienza della nostra storia e della nostra identità) per dire come, tra i tanti aspetti affrontati, uno in particolare mi ha molto incuriosito perché mi rimanda a una recente scoperta fatta per mezzo di un libro acquistato fortunosamente un anno fa. Il libro si chiama “Il Culto di Priapo” di Richard Payne Knight (1750-1824) edito da “Club del Libro Fratelli Melita” e affronta il tema indicato nel titolo, partendo proprio dagli ex-voto che, raffiguranti le parti genitali maschili, erano indirizzati a propiziare la fecondità umana e agricola ma nascevano da antichi culti che rimandavano, passando per i riti Orfici greci e l’antico Egitto, a tempi molto più lontani.
    L’aspetto particolare dell’opera risiede nel fatto che lo studio “parte” da due lettere che riferiscono come in una provincia distante cinquanta miglia dalla capitale italiana, era ancora reso – benchè sotto altra denominazione- un culto all’antica divinità Priapo; una scritta da Sir William Hanilton, ambasciatore di Sua Maestà Britannica alla corte di Napoli, inviata a Sir Joseph Banks presidente della Società Reale, l’altra scritta nel 1870 da un ignoto residente di Isernia. È proprio di Isernia che si parla. È la città pentra a noi vicina in cui sul finire dell’ottocento il culto antico ancora resisteva seppur una buona parte dei significati dei riti connessi erano ormai perduti e lo scopo originale dimenticato nell’innestarsi lento e inesorabile della “giovane” nuova religione cattolica; infatti il culto aveva la sua manifestazione pubblica nella festa del “moderno priapo” San Cosmo.
    Le curiosissime lettere che spero di riuscire a trascrivere prossimamente qui sul blog, descrivono la “strana” festa dei santi Cosmo e Damiano e della contemporanea fiera che avevano luogo a mezzo miglio da Isernia il giorno 27 settembre.
    Al di là del libro, i due documenti risultano molto interessanti a mio parere perché testimoniano come spesso nella nostra stessa vita “moderna” i rapporti che ci legano alla sapienza e alla conoscenza attiva nella notte dei tempi siano tuttora presenti seppur alterati e reinterpretati dai credi religiosi e dalle strutture socio economiche in perenne mutazione.
    È bello così scoprire che il segno con la mano che mia nonna mi presentava quando ero piccolo, incastrando il pollice tra indice e medio, viene da antichi uomini non molto diversi da noi che per mezzo di altri percorsi conoscitivi sapevano del mondo e della vita più o meno quello che noi sappiamo ora, nell’epoca della grande scienza guida dell’umanità.

    Saluti

  5. Giancarlo Petti

    Ciao Massimo!
    Grazie per il commento.Appena ho un pò risponderò.

    Saluti.

  6. Antonino Sabetta