Montefalcone e Tradizione “La Partènze”

Ancora una volta, il 14 Settembre, dietro espressa, gentile e gradita richiesta degli sposi G. e D., è stato riproposto il tradizionale canto “La Partenza”.

Il gruppo di cantori, composto da una quindicina di elementi, da decenni impegnati nel rinnovare e conservare l’antica tradizione, hanno offerto agli sposi, ai parenti ed ai numerosi spettatori e curiosi, uno spaccato dell’immenso patrimonio immateriale e culturale di Montefalcone Nel Sannio.

Molti falconesi non residenti, sono ancora molto legati a quello che è un vero e proprio rito sociale collettivo, tanto da pretendere, in occasione del matrimonio dei figli, la “trasferta” del gruppo dei cantori, nelle loro attuali residenze.

Ecco dunque le “Partenze” a Francavilla, Vasto e Termoli per due volte, del 2008, oltre a quelle in Paese!

Riportiamo di seguito, un articolo pubblicato alcuni mesi fa, sul Giornale “Folclore è Cultura”, organo ufficiale della Fa.F.It. (Federazioni Associazioni Folcloriche Italiane).

La Partenza della Sposa” a cura di Giancarlo Petti.

E’ tradizione, nella sera che precede il giorno di nozze, che lo sposo, insieme ad un gruppetto di suonatori e cantori, vada a portare una serenata, detta la partènze, davanti casa della sposa.

In molti paesi, come a Vasto, il canto era accompagnato dalla zampogna (scupina), a Lanciano con il violino e chitarra, in altri, con il calascione, il cembalo ed altri strumenti musicali.

Particolare e specifico era l’uso, da parte dello sposo, di uno strumento occasionale costituito dal mortaio di bronzo, percosso, per la produzione del caratteristico tintinnio, non con il relativo e prevedibile pestello, bensì con una delle grosse chiavi in ferro, delle massicce serrature di una volta.

L’uso della chiave per percuotere una semplice bottiglia in vetro, per trarne un suono di accompagnamento musicale, è ancora attuale in alcune regioni del sud Italia.

Nel contesto della “partènze”, la chiave rappresenta simbolicamente l’apertura, da parte della sposa, verso una nuova vita, quindi la disponibilità e l’accettazione di una mutata condizione sociale.

Il tintinnio stesso, appartenente alla tipologia di suoni propiziatori ed esorcizzanti, prodotto da uno strumento occasionale e rituale, aveva il compito scacciare le influenze negative ed auspicare una felice vita futura agli sposi.

Spesso in passato, a canto concluso, il padre della sposa chiedeva allo sposo l’elargizione di qualche donativo, formaggio, vino o carne, il tutto in forma scherzosa, al fine di permettere lo sviluppo di un dialogo-diverbio con il futuro genero, il quale fingendosi contrariato, forzava in maniera rituale l’apertura dell’uscio ed entrava, accompagnato da suo padre e dai musicisti, per salutare la sposa ed i parenti e per sedere intorno al tavolo a consumare quanto di buono era stato preparato.

Oggi tale scherzo non è più messo in atto però è frequente, l’usanza, da parte dei parenti dello sposo, di portare in dono dolci, fritti od altri generi alimentari, successivamente consumati dai presenti.

In alcuni paesi la partènze era eseguita insieme allo sposo, da suonatori e cantori ricambiati anche con un piccolo compenso in denaro.

A tal proposito abbiamo raccolto numerose testimonianze a Montefalcone Nel Sannio. Capitava anche che qualcuno non potesse permettersi quell’ ulteriore spesa e quindi… niente partenza!

Al contrario certe esecuzioni erano, per durata e per qualità, migliore di altre alimentando i paragoni ed i commenti da parte dei curiosi e spettatori che assistevano all’evento.

Attualmente, sempre a Montefalcone Nel Sannio, il gruppo dei cantori, alle ventidue della vigilia delle nozze, esegue un canto di otto strofe, collocabile da un punto di vista funzionale, nelle serenate e rientrante nell’ambito della poesia popolare italiana, nel genere della canzone lirica monostrofica.

Una volta era eseguita la sera dell’effettivo trasferimento della sposa nella nuova casa, che spesso avveniva anche dopo alcuni giorni dal matrimonio.

Dall’esame del testo, si evince un parte iniziale di saluto alla sposa, tramite l’esaltazione della sua bellezza: “Bella ti puoi chiamare, che bella sei …rose e viole in petto,…bella tu sei”.

Viene poi sottolineata l’usanza di cingere la testa della sposa con una corona o ghirlanda di fiori:

“Tu porti la corona, infra le dee… bella tu sei!”.

Diceva A. De Gubernatis: “Sempre usò e sempre usa ricingere di un serto il capo degli sposi. Poichè gli sposi sono principi, e principi, perchè il primo degli sposi, lo sposo mitico, il sole è sommo principe incoronato” ed ancora: “ Nell’uso moderno europeo, generalmente, s’incorona invece solo più la sposa; e come le antiche spose, per memorie di Suida, dedicavano il cinto nuziale a Diana, le nostre dedicano la loro ghirlanda nuziale alla Vergine, che ne ha preso il posto e ne compie, presso le donne, i più delicati uffici”.

Nella terza e quarta strofa, viene enfatizzata la nascita della ragazza, evento che ha provocato l’approvazione da parte degli sposi per eccellenza, il sole e la luna che le donano quanto di più bello hanno rispettivamente: “Quando nascesti tu fior di bellezza… il sole ti donava la sua chiarezza” e “Quando nascesti tu fior di viole, il sole ti donava il suo splendore”.

Nella quinta, il motivo tematico è la partenza della sposa vista come come evento doloroso, sofferenza e allontanamento dalle persone care e famigliari. E’ presente in quasi tutte le versioni raccolte, in Abruzzo e Molise ed è la parte del canto maggiormente legato al genere della serenata di distacco: “Partenza dolorosa, fatti capace, chissà domani sera, dove ti trovi”.

Subito dopo, la sposa viene tranquillizzata e consolata con la certezza di stare con la persona amata:

“Ti trovi tra le braccia del tuo amore, ti aspetta con ardore, bella tu sei”.

La sensazione mista di gioia e dolore, stato d’animo così vero e frequente che da sempre accompagna ogni matrimonio, viene addolcita, smorzata, controllata con il conforto e la certezza della famiglia che approva ed idealmente accompagna la figlia durante il nuovo cammino: “Parti tu bella figlia, parti tranquilla, ti accompagna col pensiero la tua famiglia”.

Il tutto si conclude con l’augurio finale dei cantori: “Noi tutti ti daremo gioia ed allegria e gli auguri più sinceri, in compagnia!”.

Sono conosciute altre strofe più antiche e non più utilizzate, in cui si nota la presenza di altri motivi tematici, come il pianto della sposa e la richiesta della benedizione dei genitori.

La versione in uso negli ultimi quarant’anni è il risultato dalle inevitabili modificazioni e contaminazioni, che riguardano tutto ciò che è cultura popolare ed orale, conseguenza del luogo e del tempo in cui giornalmente prende forma, modellandosi nella specifica situazione sociale.

2 Responses to “Montefalcone e Tradizione “La Partènze””


  1. Antonino Sabetta

    La prima partenza “d’esportazione” che conosco è quella che mio padre fece con i suoi amici a mia madre, a Montemitro nell’Agosto del 1976. Naturalmente non potevo non esportarla pure io (grazie agli amici che mi hanno supportato) per cantarla a mia moglie 4 mesi fa :-)

  2. giancarlo

    Caro Antonino, hai confermato in pieno quanto, tra le righe, si riesce a comprendere dall’articolo: certe tradizioni, da noi, non hanno bisogno di essere recuperate, riproposte o rievocate, per il semplice fatto di non essere mai morte!
    Le vivevano i nostri genitori, le viviamo noi figli!
    Magari in maniera leggermente diversa, e sarebbe bello analizzare, discutere e confrontare le differenze, ma comunque animate dallo stesso senso di attaccamento alla proprie radici!